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Parco Nazionale del Vesuvio: ne parliamo con Ciro Teodonno

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Esperto escursionista, autore della rubrica sui Sentieri del Parco presente sul nostro blog, da sempre interessato alle problematiche dell’area vesuviana di cui ne racconta le sfaccettature attraverso le pagine de “Il Mediano”, cultore e cronista di tradizioni locali, Ciro Teodonno è qui con noi oggi per parlare del suo grande amore – ci perdoni la moglie, non è nostra intenzione farla ingelosire -, il Parco Nazionale del Vesuvio.

“Be’ mia moglie sa che la mia relazione con la montagna è precedente alla nostra e tutto sommato si è rassegnata a questa mia passione e accetta, più o meno di buon grado, la mia attività di escursionista e di giornalista. Io ti ringrazio per le belle parole con le quali mi descrivi ma la mia attività non deve essere un vanto, bisogna capire che è una necessità vitale, biologica e culturale, nel senso che se io esisto lo sono perché esiste il mio territorio e il mio territorio è il Vesuvio, la mia Montagna.”

Ciro, da quanto ci sembra di capire leggendo molti dei tuoi articoli, si tratta però di un amore sofferto.

“È senz’altro un amore sofferto e lo è nella misura in cui questa passione è fraintesa e vilipesa da chi fa eguale professione di fede ma nei fatti non sa di cosa parla e a maggior ragione non ha alcuna cognizione a riguardo ma ciò nonostante lucra, politicamente ed economicamente, sull’ambiente vesuviano. Questi non apportano nessun cambiamento positivo anzi, a volte sono causa di danno di immagine e materiale perché il loro scopo non è la tutela ma lo spot; in altre parole si parla del Vesuvio perché non se ne può fare a meno ma pochi lo conoscono perché pochi lo amano; molti ne sfruttano l’immagine per legare il loro nome a qualcosa di famoso, quasi di eternamente emblematico. Il mio è comunque un amore sofferto perché sento tante parole al vento da parte delle autorità che dovrebbero tutelare il Parco Nazionale mentre al contempo la natura vesuviana e messa in costante pericolo per i continui attacchi alla quale è sottoposta. I vincoli del Parco, pur se criticati da più parti, non sono rispettati e in base alla leggenda metropolitana del limite che pongono allo sviluppo del Vesuviano, si cerca di ridurli sempre più. Mi chiedo quali vincoli hanno arrestato discariche e abusivismo edilizio?”

Entriamo subito nel merito. Dopo gli importanti lavori di sistemazione del 2005, in cui si spesero molti soldi pubblici per recuperare l’intera rete di sentieri con l’applicazione anche di interessanti opere di ingegneria naturalistica, siamo nuovamente punto e a capo. L’abbandono di questi anni ha vanificato molti degli sforzi fatti e degli investimenti operati. Qual è esattamente la condizione dei sentieri oggi e quale la loro fruibilità?

“Purtroppo la fruibilità è pressoché nulla, il che vuol dire che buona parte degli undici sentieri dell’Ente Parco manca di manutenzione e per manutenzione, ovviamente, non intendo quella ordinaria. I lavori, sovraintesi all’epoca, da Gino Menegazzi e Paolo Cornelini, sotto la presidenza Fraissinet, furono un qualcosa di eccezionale, per mole di lavoro e per innovazione. Nella sostanza si salvaguardavano gli antichi lagni borbonici, ma si creava ex novo una rete di irregimentazione delle acque piovane e si gestiva una sentieritica vesuviana nel pieno rispetto della natura. Ma purtroppo, come ogni cosa inaugurata in pompa magna e con grande dispendio di fondi, questa viene lasciata a sé e dimenticata. Sarebbe un po’ come dire: è stata fatta; è stata inaugurata; esiste! Ovviamente non è così e, in mancanza di alcun tipo di manutenzione, le opere di ingegneria naturalistica hanno subito il loro naturale disfacimento e, se si escludono sporadici lavori ad opera degli operatori forestali della Città Metropolitana sui sentieri numero uno, due e recentemente sul tre e all’intraprendenza di volontari, gli unici che vivono realmente il Somma/Vesuvio, andrebbe perso tutto, anche il patrimonio storico di quei sentieri non ufficiali, frutto di secoli di frequentazioni montane.”

Abusivismo latente, rifiuti disseminati lungo i percorsi rurali, senso di abbandono diffuso. Nel tuo ultimo lavoro raccogli anche le segnalazioni di molti escursionisti che lamentano la pericolosità dei numerosi centauri incrociati durante le passeggiate. In sella ai loro bolidi, gli intrepidi motociclisti trattano addirittura alcuni sentieri al pari di una pista da cross. Tante ed annose problematiche mai risolte, spesso denunciate nei tuoi articoli. Ma qual è il vero cancro del Parco?

“Probabilmente l’indifferenza, figlia dell’ignoranza e come ho detto prima dell’assenza d’amore per il Vesuvio e quello che rappresenta, ovvero l’unico baluardo verde in un mare di cemento. Colpa di un atteggiamento snob da parte di chi non lo vede come area montana ma esiste anche un atteggiamento che io definirei camorristico, molto più diffuso di quanto sembri, attraverso il quale noi tutti reiteriamo le nostre pratiche di sopruso; quelle che ci fanno credere che tutto quanto sia prossimo al nostro spazio vitale sia nostro e a nostro esclusivo uso e consumo. Una prepotenza che non ha limiti e pari, talmente radicata nella nostra cultura che ci fa credere che sia lecito cacciare, inquinare, costruire e usufruire in maniera impunita del nostro territorio. Tanto scontata che spesso le autorità tollerano taluni atteggiamenti, ritenendoli tutto sommato normali o al più il male minore e non capiscono che è su questo sostrato di tracotanza che nasce, vive e si riproduce la la logica mafiosa.”

“Il Parco attende un nuovo Presidente” è il titolo di un nostro post pubblicato nel luglio del 2015. Ugo Leone, ex Presidente e dal 2014 commissario straordinario, vive ormai l’imbarazzo dei continui rinnovi semestrali. A che punto siamo e che ruolo possono avere, per stimolare il processo, associazioni e cittadini?

“Leone pur essendo una brava persona, sempre disponibile a un’intervista e a un dialogo costruttivo, ha avuto sempre armi spuntate per combattere gli attacchi contro il parco nazionale che presiede ormai da più di sette anni. Le sue armi sono e sono state inefficaci, non solo perché la cultura ambientale, alle nostre latitudini, è solo di facciata ma per il fatto stesso che dall’alto delle sue competenze e del suo curriculum un presidente di un Parco Nazionale è pur sempre una figura politica ed è scelto da questa e spesso ad essa funzionale. E sappiamo bene, con la scusa della real politik, quanto posano essere incoerenti le scelte ad essa vincolate.”

A tal proposito il tuo impegno con i “Cittadini per il Parco”, movimento civico nato nel 2011 proprio per risollevare le sorti del territorio vesuviano nel segno del rilancio della sua natura e della sua economia. Effettivamente provaste con il movimento ad indicare per il Parco una nuova via che, con l’azione civica ed associazionistica, dal basso, portasse l’elezione di un Presidente “scelto dalla gente” per i suoi meriti, le competenze e la conoscenza del territorio. Allora si fece il nome di Giovanni Marino. Come è andata esattamente?

“È andata a finire che ancora una volta la politica ha vinto, ma non la politica del confronto, ma quella degli schieramenti, delle fazioni e delle correnti. Ancora una volta, il presidente del Parco non sarà scelto solo per le sue competenze ma sarà scelto in virtù di quale schieramento politico appartiene e al netto degli accordi con l’opposizione. Detto questo credo fermamente in una scelta dal basso, una scelta che vada oltre un certo tipo di visione clientelare e che tenga in conto chi realmente vive il territorio e anche per questo ho appoggiato la candidatura di Giovanni Marino, speravo potesse essere una via giusta. Purtroppo, per quanto detto ed per altri motivi, Marino ha rinunciato.”

Il turismo naturalistico è oggi una realtà concreta e fruttuosa per molti paesi italiani e d’oltralpe. Spesso, ma non sempre, trova linfa e stimoli di carattere religioso fino a diventare fortemente identitario di un luogo o di un’intera nazione. Il cammino di Santiago in Spagna ne è un esempio. La via Francigena, negli ultimi anni recuperata, un modello a noi più vicino. Con tutte le bellezze che la Campania presenta, possibile che non si riesca a fare della natura il grande attrattore? Potrebbe il Parco con il suo “Mistico Vesuvio” assurgere al ruolo di promotore, facendo da collante fra le varie realtà di un nuovo e più sostenibile modello di turismo?

“Certamente le potenzialità non mancano ed è quasi superfluo elencarle, anche quella religiosa, da te accennata, con i santuari di Madonna dell’Arco e Pompei potrebbero essere un polo d’attrazione “vesuviano” poiché meta di storici pellegrinaggi ed il Vesuvio potrebbe essere un anello di congiunzione naturale e culturale per questi pellegrini. Ma il vero problema è quello che, al di là di chiacchiere ed iniziative fittizie, il turismo vesuviano è monopolizzato da chi gestisce i flussi verso Quota 1000, là dove, ufficialmente, giungono oltre 500.000 turisti l’anno. Ora bisogna chiedersi, questa massa umana, cosa lascia al territorio? Nulla! Se si escludono le guide vulcanologiche e l’Ente Parco che si dividono gli introiti dei biglietti e quei pochi che hanno la fortuna o l’aggancio di possedere una posizione strategica lungo la Provinciale/Comunale del Vesuvio, gli introiti vanno nelle tasche dei croceristi e dei loro vettori di fiducia. I servizi che ne scaturiscono sono per questo quasi sempre scadenti, anche per l’assenza di concorrenza e non esiste, allo stato attuale, una reale volontà di cambiare lo stato delle cose e al di fuori di questo circolo chiuso solo chi ha agganci con le istituzioni può sperare nelle briciole. Scardinando questo sistema e allargando la concezione esclusiva di Vesuvio=Gran Cono a un sistema turistico più ampio e completo si potrà liberalizzare un mercato ricco di potenzialità ma anche di tantissime iniziative frustrate.”

Lasciamoci con una risposta secca ad una nostra personale idea. Ma Ciro Teodonno nel direttivo del Parco?

Non mi spiacerebbe provare a contribuire dall’alto, per agire in maniera più incisiva ma anche per comprendere le ragioni degli altri ed entrare in diretto contatto con le istituzioni ma anche in questo caso la logica delle cose non segue quella delle competenze ma quella delle appartenenze.

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