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Vesuvio e vesuviani – Intervista a Giovanni Gugg

Quello per il Vesuvio non è solo interesse professionale. Dai suoi numerosi saggi sul tema del rischio connesso alla presenza del vulcano, emerge una profonda passione per l’intera area vesuviana che trova nel “Formidabil Monte” fermento e vita.

Il suo percorso formativo all’ombra del Vesuvio è legato fortemente a San Sebastiano, meta privilegiata di indagine. Qui ha vissuto per alcuni mesi, durante i quali ha realizzato una ricerca antropologica sul territorio, raccogliendo interviste e memorie. Uno studio minuzioso, condotto con occhi curiosi e vigili, registratore e fotocamera alla mano, poi confluito in una tesi dottorale che racconta dei sansebastianesi e di cui, paradossalmente, i sansebastianesi sanno poco o nulla. Alcuni hanno avuto modo di conoscerlo ed apprezzarlo in occasione di due convegni oggetto di precedenti articoli: il primo, tenuto nel dicembre del 2014 proprio a San Sebastiano per il settantesimo anniversario dell’ultima eruzione del Vesuvio; il secondo, nel febbraio del 2015 a Piano di Sorrento. Altri probabilmente di leggere molti dei suoi articoli pubblicati nel blog personale “Paesaggi vulcanici” . Parliamo dell’antropologo Giovanni Gugg, che incontriamo oggi per una chiacchierata a tutto tondo sul Vesuvio ed i vesuviani.

Giovanni, innanzitutto, come nasce la tua passione per il Vesuvio?
Ho vissuto la mia adolescenza in una casa affacciata sul Vesuvio, dall’altra parte del golfo di Napoli, a Sorrento. Il vulcano è sempre stato lo sfondo delle mie giornate, ma è stato solo con gli studi universitari che mi ci sono avvicinato, per poi frequentarne davvero i luoghi con il dottorato. Inizialmente, ciò che mi ha colpito è stato il suo magnetismo per i turisti, osservavo loro e mi accorgevo di come quel profilo paesaggistico fosse noto e riconoscibile, in altre parole, carico di senso. Per le mie ricerche più recenti, tuttavia, mi sono concentrato sugli abitanti dell’area, cioè sul loro rapporto con il vulcano, da qualcuno definito addirittura “padre”.

Come anticipato, hai trascorso molto tempo qui a San Sebastiano per raccogliere materiale per i tuoi studi dottorali. Che ricordo hai di quei giorni?
Si, il soggiorno a San Sebastiano è durato alcuni mesi ed è stato parte fondamentale del mio studio, sia perché il “terreno” è una fase essenziale di ogni ricerca antropologica, sia perché ho ricevuto una cortese ospitalità. Immergersi, sebbene temporaneamente, in un luogo e in una comunità è un’esperienza sempre sorprendente: mentre si osserva, si ascolta, si vive quella particolare realtà sociale, ci si guarda dentro, si riflette su se stessi, si affrontano sbalzi d’umore e ripensamenti. Per quanto vicino casa e in un ambiente protetto, ogni esperienza etnografica apre a scoperte di senso, a nuove dimensioni di significato. E così è stato per me vivere sulle pendici del Vesuvio.

San Sebastiano al Vesuvio, nonostante il rischio connesso alla presenza del Vulcano, appare tutt’ora come una cittadina in cui molti desiderano di vivere. Gli stessi residenti difficilmente, pur avendone la possibilità, si recherebbero altrove. Una tendenza diffusa comunque in tutta l’area alle pendici del Somma-Vesuvio. C’è un “virus” ancora sconosciuto e per molti irrazionale che contagia il popolo vesuviano?
C’è una serie di ragioni che si mischiano tra loro e si potenziano a vicenda: l’attaccamento territoriale, innanzitutto, ma anche le relazioni familiari ed amicali, talvolta il lavoro. Sono elementi comuni a tutti i gruppi umani. Nel caso di San Sebastiano, però, vi è anche altro, ovvero l’essere divenuta, nell’immaginario collettivo dell’area orientale di Napoli, la “Piccola Svizzera”, cioè un luogo dove un particolare modello urbanistico fatto di ville circondate da siepi è stato in grado di modellare la sua stessa memoria. In questo modo, relegando il ricordo dell’ultima eruzione in una serie di fotografie separate dalla vita quotidiana, la cittadina è diventata addirittura una meta ambita. Com’è intuibile, questo distacco tra la realtà di una terra “mobile” e la sua immagine mentale attuale porta a domandarsi l’effetto che può avere sulla questione più nota e delicata della regione: il rischio di una nuova esplosione e la capacità di farvi fronte.

La prevenzione dei rischi naturali ed antropici, oggetto dell’aggiornamento dei piani di Protezione Civile comunali, passa dall’individuazione delle criticità alla formulazione di possibili soluzioni. Tuttavia l’approccio sembra prevalentemente di natura tecnica: si estendono le perimetrazioni delle zone sensibili, si invoca la riqualifica del patrimonio urbanistico e delle vie di fuga. Troppa poca attenzione però si è data finora alla comunicazione ed al coinvolgimento dei cittadini. E’ il modo giusto di procedere?
Dalla prospettiva delle scienze sociali, le calamità non sono semplicemente dei fatti che accadono, bensì dei processi, che, in una certa misura, sono dunque sempre preparate e, soprattutto, hanno inevitabilmente delle conseguenze più o meno lunghe e profonde. Ciò significa che il rischio di un disastro futuro – nel nostro caso dei terremoti e un’eruzione – non è solo un fenomeno fisico da affrontare in maniera tecnica e ingegneristica (organizzando un’evacuazione e potenziando delle infrastrutture), ma è anche – specialmente in questa fase di quiescenza – una questione collettiva: culturale, ovvero politica. Un paio di anni fa un celebre vulcanologo giapponese si domandò se gli italiani parlano abbastanza del Vesuvio. La mia risposta è si, ne parliamo tanto; il punto è: come ne parliamo? In proposito, ci sono due aspetti da considerare: il primo riguarda l’informazione e, più in generale, la comunicazione contemporanea; il secondo riguarda l’ordine del discorso pubblico. Nel primo caso, il Vesuvio è un attrattore come pochi al mondo, per cui ogni articolo che presenta il suo nome nel titolo ha un potenziale di visibilità molto alto. Ciò ha come effetto collaterale il fatto di essere spesso oggetto di disinformazione o di sciatteria giornalistica, perché evidentemente l’importante è l’audience che, specie attraverso i socialmedia, riesce a raggiungere. Nel secondo caso, invece, perché un tema diventi pubblico è necessario che venga imbastito e mantenuto da voci socialmente autorevoli: amministratori e politici, intellettuali e scienziati, ma anche mezzi di comunicazione che vi si dedichino in maniera mirata. Riassumendo, per evitare che le notizie riguardanti il Vesuvio abbiano solo un tono allarmistico e che, dunque, non servano in alcun modo ad informare, ma solo ad emozionare, e, d’altronde, per creare un vero dibattito pubblico intorno al rischio, che favorisca la partecipazione e la formulazione di nuove idee, è essenziale che le istituzioni preposte alla protezione della popolazione attivino canali in cui i cittadini possano informarsi con un certo grado di fiducia e a cui possano rivolgersi per esprimere pareri o per avanzare dubbi. A San Sebastiano è in fase di completamento un sistema del genere, previsto dal recente Piano di Emergenza Comunale elaborato dal prof. Rolandi, alla cui equipe ho partecipato proprio occupandomi di questo punto.

In una recente intervista rilasciata a “Il Mattino”, il neo-consigliere alla Protezione Civile del comune di Napoli, Nello di Nardo, proclama per la prossima primavera l’attuazione di prove di fuga per il Vesuvio ed i Campi Flegrei. In tutto saranno coinvolti più di un milione di cittadini. Sono proclami questi che incutono un certo timore, soprattutto se non accompagnati da un’adeguata campagna informativa e se a prendere il sopravvento sono gli “sciacalli del web”. Quali sono i “danni” di un’errata comunicazione dei rischi?
Le esercitazioni sono utili, ma soprattutto per gli operatori di protezione civile che, in questo modo, hanno la possibilità di testare la loro preparazione e l’efficienza dei loro mezzi. Per la popolazione, invece, la loro utilità è piuttosto parziale e, anzi, possono addirittura essere controproducenti perché in certi casi le esercitazioni vengono “usate” a fini propagandistici o per mostrare un’efficienza rassicurante che, nei fatti, è invece solo episodica. La simulazione di un’evacuazione, in altre parole, ha senso se inserita dentro un sistema di comunicazione e di informazione alla popolazione (dialogo, l’ho chiamato in precedenza) molto più articolato e continuo. Inoltre, c’è un ulteriore aspetto per cui, personalmente, ho un certo scetticismo verso questi annunci: l’emergenza non può essere l’unica logica con cui si affronta il rischio vulcanico, abbiamo la possibilità di prepararci perché l’eruzione è un evento relativamente prevedibile, ma abbiamo anche il dovere di mitigare la vulnerabilità “costruita” di pari passo all’enorme urbanizzazione che si è realizzata intorno al Vesuvio nella seconda metà del Novecento.

Nel marzo del 1944 il Vesuvio interrompe un periodo di cicliche eruzioni. Da allora il cemento ha preso il sopravvento nell’area arrestato solo in parte dalla costituzione del Parco Nazionale e dagli stringenti vincoli imposti. Sembra che molti si siano però dimenticati di vivere in un territorio ad elevata vulnerabilità e vedano nella zona rossa un limite allo sviluppo locale. Ma possibile che non ci sia alternativa al business del cemento?
Il Vesuvio pone delle colossali domande sul nostro rapporto col territorio, sulla relazione che intratteniamo con l’ambiente e con l’ecosistema, sulle modalità con cui edifichiamo e viviamo le città, ovvero ci interroga sul nostro modello economico. Prima ancora della sicurezza e della prevenzione, dunque, il nostro vulcano ci interpella sullo stato delle nostre istituzioni, sulla rappresentanza e sulla partecipazione, sulla pianificazione dell’intero territorio, piuttosto che solo su quella emergenziale. Come dicevo, sono questi i termini del discorso che bisogna rendere pubblico: fuggire in caso di allarme è ovvio, ed è chiaro che bisogna organizzare al meglio una immane operazione del genere, ma il rischio vesuviano è molto di più, per cui bisogna avere consapevolezza che come è stato “prodotto”, così può essere mitigato; ed è di questo che, invece, non si sente parlare mai.

Giovanni, salutiamoci con un’ultima domanda e con la promessa di risentirci presto. Quale può essere a tuo avviso l’approccio giusto, se mai ce ne fosse uno, per coniugare prevenzione dei rischi e futuro dell’area ?
Attualmente le preoccupazioni più urgenti di chi vive ai piedi del Vesuvio sono legate a vari fattori sociali, economici e ambientali: dalla disoccupazione alla criminalità, dall’inquinamento alle malattie. Il rischio vulcanico, invece, seguendo una scansione del tempo che non coincide con quello umano, almeno in questo momento storico, non riceve la medesima attenzione, pertanto vengono individuate urgenze e priorità diverse. Certo, non ci sono sempre dati chiari su tali problematiche “altre” (ad esempio sulla correlazione tra inquinamento e tumori), ma, appunto, sarebbe il caso di indagarle più a fondo e, ove necessario, adoperarsi per risolverle. Del vulcano non si deve avere paura, ma bisogna tornare a rispettarlo, è necessario recuperare un rapporto più equilibrato con il suo territorio, un tempo scandito da usi e da rituali oggi più radi, se non scomparsi. Quelle occasioni – lavorative e religiose – favorivano la frequentazione dei luoghi e la loro salvaguardia, ma oggi quell’attenzione la si può riconoscere in pratiche nuove, come la ricerca di loisir e l’escursionismo, che forse bisognerebbe incrementare e stimolare proprio perché rappresentano una necessità crescente: quella del rallentare, del riappropriarsi, del riguardare, che possiamo intendere nella doppia accezione del tornare a guardare e dell’avere riguardo.
La prevenzione del rischio la si fa anche – io direi soprattutto – comunicando e riallacciando i rapporti con i luoghi: sarebbe una strategia innovativa e, a mio avviso, dagli esiti sorprendenti, ad esempio, il mettere in rete le tantissime strutture culturali che hanno il Vesuvio al centro del loro operare: dagli scavi archeologici ai musei (classici e virtuali, storici e vulcanologici), dall’Osservatorio Vesuviano all’Università, dal Parco Nazionale ai percorsi letterari e gastronomici, dai santuari religiosi alle ville settecentesche, dalle scuole alle associazioni… Gli abitanti del Vesuvio di domani non dovranno essere dei semplici recettori passivi delle norme che saranno legiferate, ma degli interlocutori, dei collaboratori, dei “custodi”.

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