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MARZO 1944

Un analisi delle cronache dell’epoca, per intendere i fatti che videro protagonista il Vesuvio e la sua gente settantatré anni fa.

Abbiamo deciso di ripercorrere, a più di settant’anni dall’ultima eruzione, i fatti che la contraddistinsero, facendo una sorta di cronistoria degli eventi che nel marzo del 1944 colpirono il Vesuviano. Abbiamo deciso di seguire, attraverso la cronaca dei giornali dell’epoca, la furia del Vulcano; le passioni e le vicissitudini di chi visse, in quei frangenti, lo scontro tra natura e storia, quelli che furono posti da quest’ultima in quarta pagina, perché le notizie di una guerra ancora in atto non permettevano attenzione maggiore o perché, l’ira del Vulcano, era probabilmente considerata un fenomeno naturale e non un evento catastrofico e inusitato, come spesso oggi li definiamo.

1944, il Vesuvio in eruzione dal versante occidentale.
1944, il Vesuvio in eruzione dal versante occidentale.

Abbiamo utilizzato, in buona parte, le pagine del Risorgimento, il quotidiano che, in quei duri anni di guerra, riuniva le testate de Il Mattino, Roma e Il Corriere di Napoli, dopo la confisca delle testate da parte degli alleati e che fu edito dall’ottobre del 1943 fino all’ottobre del 1950. Il periodo preso in esame è quello dell’eruzione che va dal 18 al 29 marzo del “44 (anche se il periodo di riposo inizia ufficialmente il 7 aprile). Infine i luoghi prescelti non potevano che essere San Sebastiano e Massa, quelli più colpiti dalla lava del “44.

Ci piacerebbe però iniziare con una panoramica su quello che fu l’evento eruttivo in sé, e vorremmo farlo con documenti apparsi in buona parte solo sul Risorgimento, scritti dall’allora direttore dell’Osservatorio Vesuviano, Giuseppe Imbò. Quello che segue è quindi il suo resoconto,  contemporaneo ai momenti dell’eruzione, non un documento successivo, come è più facile riscontrare altrove, ma la viva testimonianza dello scienziato davanti la forza della natura. Nella stesura abbiamo rispettato il testo dell’epoca e messe tra parentesi le parole illeggibili e da noi desunte.

L'eruzione in una foto notturna dal versante di San Sebastiano.
22 marzo, l’eruzione in una foto notturna dal versante di San Sebastiano.

Dal “Risorgimento” di sabato 25 marzo 1944 (Pagina 4)

 Un comunicato del direttore dell’osservatorio

Sulle varie fasi eruttive ci è pervenuto dal direttore dell’Osservatorio, prof. Giuseppe Imbò, il seguente comunicato:

“Alle ore 16.30 del 18 marzo, dopo alcune ore di ostruzione del condotto eruttivo si è avuta una brusca riapertura di esso con immediato inizio di un’intensa attività effusiva ed esplosiva. Le lave copiosissime dapprima colmarono la voragine formatasi al crollo del conetto (Crollo avvenuto alle prime ore del giorno 13), ed indi si ebbe la formazione di due principali correnti, una a Nord Est e l’altra a Sud Est, entrambe molto veloci. la prima si diresse a Nord e raggiunse le pareti del Somma in circa un ora, indi costeggiando queste si diresse verso il fosso della Vetrana (il giorno 19/3, ndr.) la seconda si riversò in parte sul fianco esterno del cono spingendosi rapidamente a valle e in parte costeggiò le pareti sud occidentali del cratere, dando luogo alla formazione di altre piccole lingue laviche.

Pertanto l’attività esplosiva diventava sempre più intensa: Il materiale esploso, lanciato ad altezza di un centinaio di metri, si riversava sulla platea lavica, da una distanza dalla bocca di non oltre 100 metri, mentre la lava sgorgava dalla bocca a guiso di cavalloni.

L’attività vulcanica complessivamente considerata rimase quasi costante fino al mattino del 19. Alle ore 11.00 circa, però, in seguito a nuovo apporto magmatico si ebbe una brusca recrudescenza di entrambe le attività. Nuove colate si riversarono all’esterno specialmente dal lato settentrionale ed i lanci divennero continui, copiosissimi ed altissimi; alcuni di essi così fitti e perduranti assunsero l’aspetto di fontane laviche. Un nuovo copiosissimo efflusso lavico si verificò nella notte successiva (20/3 ndr.) lungo il versante Nord riversandosi sulle colate precedentemente sgorgate dirigendosi rapidamente a valle.

Al tramonto il fronte lavico era già ad un 500 metri da Massa che nella giornata successiva (21/3 ndr.) veniva investita dalla lava insieme a parte di San Sebastiano.

Una nuova fase eruttiva subentrò alle 17.00 circa del (22) con la formazione di una violenta fontana lavica alla quale, intervallate da brevi pause, ne successero altre, ciascuna di durata intorno all’ora. La minima altezza dei getti lavici raggiunse i 500 metri mentre la massima si avvicinò ai 1000. (Concomitante) all’inizio della nuova fase si notò una riduzione nelle portate laviche in entrambi i versanti.

Alla sera del 22 esse potevano considerarsi ferme l’ultima fontana di lava si è presentata alle ore 8.00 del 22 ed (la) successiva alle 12.00 è immediatamente subentrata una nuova e violenta fase eruttiva con proiezioni di ceneri incandescenti e scure, dando luogo alla formazione di caratteristici pini vulcanici. Questa nuova fase, che ha subito una brusca cessazione alle ore 18.00 ed ha avuto una ripresa ad intensità alquanto più debole alle 21.00, perdura ancora.”

22 marzo, un'altra foto notturna dove si evidenzia, oltre la colata lavica, anche il gioco di luci delle scariche elettriche provocate dalla frizione delle particelle di cenere in movimento.
22 marzo, un’altra foto notturna dove si evidenzia, oltre la colata lavica, anche il gioco di luci delle scariche elettriche provocate dalla frizione delle particelle di cenere in movimento.

 Dal “Risorgimento” di sabato 28 marzo 1944 (Pagina 4)

 I comunicati dell’osservatorio.

Sulla ultima manifestazione della attività eruttiva, il prof. G. Imbò, Direttore dell’Osservatorio, ci comunica:

“L’attività esplosiva del Vesuvio con la proiezione di ceneri e scorie incandescenti, che è incominciata alle 12 del 22, intensissima e continua fino alle 18, intensa e quasi continua dalle 22 fino alla mattina del 22, è divenuta mediocre e discontinua e dura ancora, manifestando ad intervalli recrudescenze la cui caratteristica è rappresentata dalla formazione di nubi ardenti e da copiosissime scariche elettriche.

Durante gli intervalli si è avuta una continua emissione di ceneri che si sono elevate fino a quasi 3.000 metri e che hanno dato luogo alla formazione del caratteristico pino vulcanico. Le ceneri convogliate da venti forti di N. e di N-E si sono maggiormente propagate nelle direzioni S-O del vulcano.

L’attività effusiva è da considerarsi finita.

Dal complesso delle manifestazioni sia sismiche che eruttive si ritiene che l’eruzione, salvo qualche recrudescenza va gradualmente verso la fine”.

Successivamente lo stesso direttore dell’osservatorio ci ha comunicato:

“l’attività esplosiva, ad intensità ridotta, è continuata con le stesse modalità dei giorni precedenti, mentre permane una agitazione degli apparecchi sismici,  dalla quale può pertanto dedursi che, se non è ancora finita, l’eruzione, con salti nelle intensità, si avvia verso la fine.”

Inoltre il prof. Imbò, in una conferenza tenuta al Club della Croce Rossa Americana, ha dichiarato:

“Il fumo a raggiunto l’altezza di tremila metri al di sopra del cratere e l’afflusso di lava ha raggiunto durante la eruzione una media di 500 milioni di metri cubi all’ora. Capri, che pure dista una quarantina di chilometri dal Vesuvio, è stata ricoperta essa da uno spesso strato di cenere, valutata a centinaia di tonnellate. Vigneti ed alberi di fiore, strade e case sono stati ricoperti dalla cenere”.

Dal “Risorgimento” di sabato 31 marzo 1944 (Pagina 4)

L’eruzione è finita. Un comunicato del prof. Imbò.

Dall’Osservatorio vesuviano, il Prof. Imbò ci comunica:

“Con la fase della proiezione di cenere, divenute sempre più chiare e meno copiose, il violento parossismo vesuviano, durante il quale le lave hanno raggiunto una portata massima oraria di circa 500 mila metri cubi ed un volume totale non molto dissimile da quello delle eruzioni del 1872 e del 1906, e cioè di circa 20 milioni di metri cubi, può considerarsi praticamente finito. Tra il 26 ed il 27 marzo si è avuto un graduale franamento della platea lavica con la conseguente formazione di una voragine la cui profondità, in seguito a dirette osservazioni dall’orlo craterico, è stata da me stimata non inferiore ai 200 metri. Le continue frane dall’orlo e le valanghe verso la base del grancono di tutta la (congerie) del materiale depositato sulle pendici di esso costituiscono attualmente, un grandissimo pericolo per gli escursionisti.”

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