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A me lacrimavano gli occhi e bruciava la gola. Io vi maledico!

Tamburi5_61149971L’ultimo accorato appello giunge su una pagina FB e porta la firma di Enza: “Ma quello che dico io e che so pensano in tanti, è molto difficile mettere un controllo, che so una macchina dell’ esercito sul posto per evitare che ogni mattina brucino? Ma i figli ce li avete?”. Qualche giorno prima, il 9 settembre, Claudio scriveva: “Ore 6,45 zona via Parco del Sole si avverte una intensa puzza di bruciato (plastica o gomma). Purtroppo il fenomeno si ripete specialmente nei festivi”. Sara commentava preoccupata: “Era un forte odore di plastica bruciata. A me lacrimavano gli occhi e bruciava la gola.” Pochi giorni prima Peppe : “Queste puzze improvvise voglio vedere quando finiranno. Ma i vigili non le sentono?”. Ancora Ugo: “Ore 6.30, come tutte le mattine si sente un odore acre nell’aria e si vede un fumo marrone che si alza sempre nella stessa zona, Ercolano zona cava, via Castelluccio. … Ovviamente tutto ciò si ripete tutte le notti”. Interviene allora Adriana suggerendo: “Forse più di un post si dovrebbe fare un esposto alla procura della repubblica“. Andando a ritroso, il 24 agosto ancora Peppe alle sei del mattino: “Via Figliola stesso orario stessa puzza, ma nessuno la sente? Svegliarsi con questo terribile odore è insopportabile. Facciamo qualcosa“.

Queste cronache parlano di un paese che di civile ha poco. Dove il termine “paese” è da inquadrare in una dimensione generale più ampia, valicando i confini locali. Viene in mente l’Ilva di Taranto, tanto discussa in questi ultimi giorni. Ed a questo punto vien da dire che ognuno ha la sua Ilva e Taranto è molto più vicina di quello che la dimensione geografica suggerisce. Giuseppe Corisi l’aveva scritto molti anni fa, sulla lapide lasciata fuori quella casa disgraziata, sorta a 40 metri dalla fabbrica, posta lì quando ancora era in vita. L’epitaffio, inciso sul marmo annerito, recita: “Nei giorni di vento da nord veniamo sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas provenienti dalla zona industriale Ilva. Per tutto questo gli abitanti MALEDICONO coloro che possono fare e non fanno nulla per riparare”. L’ultimo giorno, poco prima della sua morte avvenuta per cancro ai polmoni, Giuseppe telefonò la moglie dall’ospedale chiedendo che affiggessero davanti alla lapide della maledizione un’altra lapide. Voleva che ci fosse scritto il numero, non il nome: “Morto numero … per neoplasia polmonare“. Purtroppo il numero nessuno lo conosceva, con i famosi registri siamo ancora alle calende greche, per cui si optò per un “Ennesimo morto per neoplasia polmonare”.

Se volessimo tutti seguire l’esempio di Giuseppe, forse lo spazio non basterebbe e San Sebastiano, come anche il circondario, rischierebbe di tramutarsi in cimitero. La lapide della MALEDIZIONE, quella però si, ci vorrebbe. Magari al centro della nuova piazza Belvedere, accanto al Padre Pio che benedice. Sono anni che i fenomeni degli sversamenti illegali e degli incendi di rifiuti continuano indisturbati; che l’aria è irrespirabile di prima mattina, satura di diossina; che si parla del Capriccio come luogo di abbandono selvaggio e di fuochi, addirittura sede nel 2010 di un discarica abusiva voluta dalla stessa amministrazione comunale; che la via Castelluccio, sversamento di ogni genere di schifezze, brucia a cielo aperto; che la statale 262 da via di fuga si è tramutata in via della vergogna, con piazzole di emergenza chiuse e sacchetti che invadono la carreggiata; che da via Figliola si odono voci preoccupate e polveri rendono malsana l’aria. L’immagine patinata della Las Vegas vesuviana si fa poco scalfire da tutto ciò. Del resto è sempre colpa di qualcun altro, che sia il politico, l’abusivo o il comune limitrofo di turno e lo show deve in ogni caso andare avanti, magari tra un bicchiere di vino ed una bella fetta di pane, preferibilmente asciutta.

Intanto la rabbia debole monta, si fortifica strada facendo e rischia di diventare altro, di porgere la guancia alla strumentalizzazione ed alla peggio politica. Ah, se si riuscissero ad evitare dispersioni e paure. Se per un attimo si mettesssero da parte i personalismi e la tastiera social canalizzando le energie. Se si riuscisse a gridare tutti insieme come fece allora a Taranto Giuseppe, che rese imperituto il suo messaggio scolpendolo sulla pietra. Affinché la sue e le altre non siano morti vane: “Io vi maledico. Maledico voi che sapete cosa ci state facendo, voi che lo fate e che guardate in silenzio, i colpevoli e gli indifferenti, i padroni ed i politici, i sindacati ed i preti. Voi che pensate solo a voi stessi e non ci ascoltate”.

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